Pundit

A chi non l’ha ancora provato, consiglio di farsi un giro sul sito di Pundit, un’applicazione client-server che permette agli utenti di annotare semanticamente pagine web, di collezionare le annotazioni in notebook e di condividerle con altri.

L’idea principale alla base di Pundit è consentire agli utenti non solo di commentare o contrassegnare frammenti di pagine web, la cui granularità è decisa da chi annota, ma anche di creare dati strutturati semanticamente durante il processo di annotazione, arricchendo così il cosiddetto Web dei dati. L’immagine che segue dà un’idea di ciò che s’intende con annotazioni semanticamente strutturate: la possibilità per gli utenti di creare grafi in cui frammenti di contenuti web, concetti e entità sono collegati semanticamente (i link, cioè, sono etichettati, vale a dire che esprimono un significato).

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Pundit può essere provato aggiungendo al proprio browser la bookmarklet disponibile qui.
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Dati aperti con LODe

In questo articolo in italiano, pubblicato su Bibliotime, Antonella De Robbio e Silvia Giacomazzi ci raccontano che cosa sono gli Open Data e in particolare i dati bibliografici aperti, dati che, affermano le autrici, si trovano a metà tra due territori: da una parte, l’ambito della trasparenza amministrativa e delle forme di cittadinanza attiva che la prima rende possibile (Open Government Data), e dall’altra il cosiddetto Open Access inteso in senso ampio: l’accesso libero e gratuito ai risultati e ai dati scientifici (Open Science).

Le autrici ci danno così una definizione completa di dati bibliografici aperti, considerando sia gli aspetti giuridici che consentono un reale uso e riuso dell’informazione, sia i requisiti tecnici (Linked Data) che ne permettono l’interoperabilità e la contestualizzazione, spiegando anche perché oggi i tempi siano finalmente maturi per una convergenza tra il movimento Open Access e la comunità del Web semantico (ora Linked Data).


Battitori di piste 2.0

Proprio come nel Memex pensato da Vannevar Bush in tempi ormai antichi, il Web consente ai ricercatori di scrivere libri in cui siano visibili, oltre ai risultati, anche i percorsi di ricerca. Lo spiega bene Robert Darnton quando dice:

I lettori possono scaricare il testo e dare una scorsa allo strato superficiale, che è scritto come una qualunque monografia. Se lo trovano interessante, lo possono stampare e fascicolare […] per studiarselo con comodo, come un tascabile fatto su misura. Se si imbattono in qualcosa che vorrebbero approfondire, con un clic possono passare allo stato sottostante, dove troveranno un saggio o un’appendice supplementari. Possono continuare così, per tutto il libro, scendendo sempre più in profondità, esplorando coropra di documenti, apparati bibliografici, storiografici, iconografici, musiche di sottofondo, tutto quello che mi sarà possibile fornire ai lettori per ampliare il più possibile la comprensione del mio soggetto. E alla fine il mio soggetto sarà diventato il loro, perché sceglieranno i loro personali percorsi di esplorazione e di lettura, orizzontali, verticali o diagonali, dovunque li portino i link elettronici.

Tutto ciò è ancor più vero quando vogliamo confrontarci con i testi, che stanno al lavoro degli umanisti come i dati a quello degli scienziati. Il chimico Peter Murray Rust, già diversi anni fa, rivendicava la necessità di accedere ai dati da cui i risultati traggono origine (e sosteneva l’importanza di usare il formato linked data per la pubblicazione). Anche Maria Chiara Pievatolo, che ha tradotto gli scritti politici di Kant rilasciandoli con una licenza che permette di modificare e redistribuire le sue traduzioni, arricchite “verso il basso” dei link all’originale tedesco (che il lettore può consultare a distanza di un click) e, “verso l’alto”, delle sue annotazioni e interpretazioni, ha mostrato come è possibile tradurre in pratica quelle che ai più sembrano ancora solo possibilità.